SOLIDARIETA’ E PARTECIPAZIONE

Pier Antonio Graziani

…..Anche le parole hanno un’anima. Sta nel significato che si da loro in rapporto al contesto in cui sono chiamate ad operare. La solidarietà, che è una parola astratta per avere un’anima deve poter essere precisabile.
Nella società contemporanea è facile constatare come la cultura della solidarietà non sia al centro delle preoccupazioni generali. E’ perché non si è ancora capito bene che siamo di fronte a 2/3 della società (ancorché relativamente, in più casi) che sta bene e 1/3 che viene invece rigettato progressivamente ai margini. Cosicchè la solidarietà resta una parola appesa sul nulla. Non c’è traccia al suo interno della giustizia (il diritto di ciascuno ad avere condizioni minime vitali) mentre nella società civile molte cose forse troppe vengono lasciate alla supplenza del volontariato.
Il diritto di ciascuno a vivere dignitosamente non può essere lasciato a se stesso, se non ipocriticamente, pensando che se ne prenderà cura lo sviluppo figlio del mercato o, come cinicamente dice qualche pensatore del nuovo razzismo che circola nelle vene d’Europa, con la possibilità che il terzo escluso possa guadagnarsi un’anima.
Il diritto ad una vita dignitosa sia nelle società sviluppate (dove le sacche di miseria non possono essere dimenticate) sia nelle società del terzo e del quarto mondo passa per vie parallele. Una politica di società distributiva nel primo caso, il governo della globalizzazione nel secondo.
L’una e l’altra si alimentano delle culture della solidarietà, che così si precisa in concreto in rapporto ai problemi della persona. Ma c’è da chiederci, a questo punto, se la solidarietà debba essere per forza ancorata solo all’amore del prossimo. La solidarietà ha infatti un ritorno, e un ritorno razionale. Gli squilibri legati ad una globalizzazione non ordinata da leggi e istituzioni internazionali secondo giustizia sono un pericolo per tutti. E allora? Allora l’uomo è chiamato a governare le cose, non può rassegnarsi pigramente a come le cose si organizzano tra loro.
Affermava Paolo VI nella “Populorum Progressio” che i poveri diventano sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi. Una denuncia che ha nell’amore la sua molla principale ma anche un razionale monito alle conseguenze non solo morali ma anche politiche di equilibrio fra popoli e stati.
La solidarietà come giustizia si accompagna alla solidarietà espressa dal volontariato. La lotta all’emarginazione, il sostegno a chiunque abbia bisogno (per molti aspetti povero o ricco non conta) non sono affidabili solo alla politica che, comunque sia sarà sempre imperfetta. Un esempio per tutti: nelle società sviluppate e ricche, è apparso un fenomeno che nelle società povere di un tempo non esisteva. Esisteva sì diffusa la povertà, ma non miseria che si coglie negli emarginati che popolano, in Italia come in America, come in Germania o in Francia gli antri delle stazioni avendo un cartone per letto.
Spiegare perché questo accade non è facile. E’ invece più facile affermare che la supplenza del volontariato (se offerta in punta di piedi) è il modo più efficace, forse addirittura l’unico, per dare calore umano a chi si sente fuori del tutto. Il volontario lo sa. Madre Teresa di Calcutta diceva che quando lavava le piaghe ad un “paria” trovato morente sul marciapiede vinceva una sfida con la sua riluttanza naturale poiché nel “paria” vedeva Gesù. Volontariato? Qualcosa di più evidentemente, nel caso di Madre Teresa: sta di fatto che senza una molla morale tradotta in solidarietà tutti i paria del mondo sarebbero più soli.